Francesco Capponi: 400 scontrini e fotografia sperimentale

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Quando la sperimentazione tecnica incontra la giusta storia da raccontare, l’opera d’arte è dietro l’angolo. E’ questo il caso di Quattrocento scontrini, creazione dell’artista perugino Francesco Capponi, esposta fino a pochi giorni fa all’interno della mostra “Generation What” presso il MAXXI Corner a Roma. All’interno di questa vivace esposizione collettiva, Capponi propone quattro ritratti in bianco e nero che affiorano da un minuzioso collage di scontrini. Quest’opera rappresenta l’approdo più recente di un percorso artistico eterogeneo, iniziato all’Accademia di Belle Arti di Perugia e costellato dalla continua esigenza di far dialogare tra loro linguaggi artistici apparentemente lontani, come fotografia e scultura, grazie alla mediazione di un’interlocutrice privilegiata: la luce.

Iride (2007). Scultura in ferro ispirata alla forma del diaframma di un obiettivo fotografico.

La ricerca artistica di Capponi si nutre di una profonda conoscenza delle tecniche di camera oscura e di un consapevole utilizzo della loro potenza espressiva. Un motivo ricorrente dei suoi lavori è la trasformazione di oggetti qualsiasi in fotocamere dotate di un cosiddetto foro stenopeico in funzione di obiettivo. Nel corso degli anni, Capponi ha applicato questa tecnica agli oggetti più disparati  – pinoli, tronchi cavi, casette per uccelli, un pianoforte, un cappello a cilindro – creando delle opere sorprendenti per la ricercatezza della tecnica usata, ma anche per il lirismo e l’intelligenza delle composizioni. Un’applicazione particolarmente curiosa di questa tecnica è la creazione di oggetti che svolgono contemporaneamente la funzione di fotocamera e di supporto fotosensibile. E’ questo il caso di opere come pinhegg e chair-en-boîte, in cui l’immagine fotografata rispettivamente tramite uova e scatole di caramelle viene impressa direttamente sulla superficie interna degli stessi oggetti.

Pinhole Birdhouses (2004-2007). Fotografie scattate attraverso una macchina fotografica a foro stenopeico ottenuta da una casetta per uccelli.
Pinhegg (2011). Immagine fotografata tramite una macchina fotografica ottenuta da un uovo, e impressa direttamente sulla superficie interna dell’uovo stesso.

La prodezza tecnica degli esperimenti descritti non è mai fine a sé stessa, ma è sempre messa al servizio di una precisa visione estetica. Tramite l’utilizzo di tecniche analogiche e supporti materici, l’opera di Capponi coglie la bellezza dell’imperfezione, il fremito della sbavatura. In questi esperimenti si cela, non di rado, un messaggio che va ben oltre l’impatto estetico delle opere realizzate, e che mira a superare i confini istituzionali dell’arte per dialogare con la realtà. Questa intenzione è espressa emblematicamente in Quattrocento scontrini, opera dall’esplicito riferimento sociale e politico, concepita per il progetto espositivo Cazzotto realizzato in concomitanza col Festival del Giornalismo di Perugia.

400 scontrini (2017). Laura e Andrea, due dei ritratti che compongono l’opera.

L’opera si compone di quattro manifesti formato 50×70, ciascuno dei quali è formato da un mosaico di 100 scontrini. Su ogni tavola è impresso tramite stampa termica il viso pulito di un giovane, all’apparenza un ragazzo o una ragazza qualunque. I volti appartengono in realtà a quattro dei lavoratori noti alla stampa come “scontrinisti”, inquadrati come volontari senza contratto presso la Biblioteca Nazionale di Roma. I quattro diventano l’emblema del giovane lavoratore contemporaneo, del volontario non retribuito tenuto a svolgere tutte le mansioni che spetterebbero di norma ad un impiegato statale all’interno di enti culturali pubblici. La paradossale condizione di questi giovani ridotti a lavoratori-fantasma è testimoniata materialmente dagli scontrini che, per anni, sono stati da loro raccolti al fine di ottenere – nella forma derisoria di un rimborso di spese alimentari – la paga minima per i servizi svolti.

La ricevuta fiscale generalmente destinata a perdersi nelle tasche e scolorirsi in lavatrice, diventa, a sorpresa, un oggetto prezioso dal quale dipende l’attestazione – anch’essa precaria – di un’esistenza altrimenti non riconosciuta. Per realizzare l’opera, lo stesso Capponi si è immedesimato nel ruolo di collezionista di scontrini, tentando di superare la reale frammentazione cui è stata sottoposta l’identità dei quattro ragazzi tramite la ricomposizione dei loro volti. Tuttavia, anche questa riconciliazione tra persona fisica e soggetto fiscale si rivela labile ed effimera: i ritratti ottenuti grazie alla stampa termica sono inevitabilmente destinati a svanire col passare del tempo. L’artista sembra così suggerire che la contemplazione di questi volti, nel qui ed ora dell’opera d’arte, rappresenti un’occasione irripetibile per salvare dall’oblio la storia di questi ragazzi.

Quattrocento scontrini (2017). Federica, uno dei quattro ritratti che compongono l’opera.

Citando la più celebre espressione del sociologo canadese H. M. McLuhan, potremmo dire che in Quattrocento scontrini “il medium è il messaggio”, in virtù del profondo significato simbolico conferito dall’artista ad ogni tassello materiale della sua creazione. L’impressione che ne scaturisce è quella di trovarsi di fronte a un’opera completa in cui tecnica e contenuti collaborano armonicamente per restituire non l’universo auto-celebrativo dell’artista, ma il reale vissuto di quattro ragazzi che rappresentano un’intera generazione.

Articolo a cura di Giulia Scialla e Elisa Scapicchio per la rubrica Spazio ai Creativi. 

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Mi piace immaginare la filosofia come un esercizio di educazione dello sguardo volto a cogliere aspetti inediti di quanto ci circonda. Ritengo perciò fecondo il dialogo che può innestarsi tra arte e filosofia, in rotta verso un accrescimento della reciproca auto-consapevolezza!

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